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Il Nebbiolo, re dei vitigni piemontesi

alto piemonte

 

Quando si dice Piemonte il pensiero corre subito al Nebbiolo. Esistono altre varietà regionali non meno celebri ma è con le uve Nebbiolo che si producono vini che vengono universalmente percepiti come i più prestigiosi, ben oltre i confini regionali e nazionali.

Questo per quanto attiene i vini da grande invecchiamento, ma il Nebbiolo che fa solo acciaio o riposa in legno per brevi periodi dà origine a un rosso più fresco e “beverello” che molti produttori propongono come ottimo vino da pasto, che per giungere a essere imbottigliato non deve attendere lunghi anni.

Con tempi di macerazione brevi e una vinificazione simile a quella dei bianchi si ottiene il Nebbiolo rosato, un vino facile e piacevole che però non rinuncia del tutto a quella corposità che sempre sa regalare questo vitigno.

Abbiamo sentito parlare anche di birra di Nebbiolo ma qui siamo nel territorio della sperimentazione estrema e non sapremmo dire quali siano stati gli esiti.

IL NEBBIOLO IN ALTO PIEMONTE

Anche in Alto Piemonte il Nebbiolo è alla base delle DOCG e DOC da grande invecchiamento. In ordine alfabetico: Boca, Bramaterra, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona, Sizzano.

Nebblolo Alto Piemonte Uva

A parte il caso del Gattinara, vino nobile quasi da tempi immemorabili, per tradizione questi vini vedono il Nebbiolo accontentarsi di una percentuale che può arrivare al 90% (mai inferiore al 70%) ma prevede comunque il taglio con la Vespolina Novarese, vitigno che permette di sposare all’austerità del Nebbiolo sentori di pepe e di spezie, oltre a un colore rubino brillante che ravviva quello tipicamente più scarico del Nebbiolo. Per amor di precisione, va detto che diversi disciplinari permettono che il blend venga fatto anche con L’Uva Rara o Bonarda Novarese, ma sono ormai pochi i produttori che impiegano questo vitigno.

Mentre nel sud della regione un ettaro di vigna produce intorno agli 80 quintali di uva Nebbiolo, spingendo i produttori ad operare diradamento e potatura verde per assicurare a ogni grappolo la migliore esposizione al sole, dalle nostre parti già raggiungere i 40 è un successo. Oltre ai suoli più poveri e rocciosi, ci pensa la fauna selvatica, ghiotta di germogli e di frutti, a operare un implacabile e a volte disperante diradamento naturale. Le grandi superfici boschive, ancora oggi più estese delle superfici vitate, se da un lato concorrono a creare un microclima ideale alla vite dall’altro ospitano una gran quantità di erbivori selvatici. Le basse recinzioni elettrificate riescono a tenere a distanza il cinghiale, ma nulla possono con lo splendido capriolo.

Un’area geografica ben poco estesa, superfici vitate ridotte all’osso, una terra avara e, a fronte di tutto ciò, una quantità di denominazioni: una situazione particolare che ha fatto sì che molti abbiano viso nell’Alto Piemonte la zona stessa di origine di questo grande vitigno. Ma è proprio così?

L’ORIGINE DEL NEBBIOLO

Rintracciare le origini di un vitigno è quasi sempre un’impresa anche se oggi viene supportata dall’analisi del DNA, che permette di tracciare veri e propri alberi genealogici per le differenti specie.

Per quanto riguarda il Nebbiolo partiamo innanzitutto dal nome.

Pare assodato che derivi dalla presenza della pruina, lo strato di cere biancastre che ricopre e protegge gli acini una volta maturi facendoli apparire appunto come ricoperti di nebbia.

Il problema ulteriore, che ci fa comprendere quanto il Nebbiolo nelle sue varie forme si sia intimamente legato alle zone in cui viene coltivato, risiede nel fatto che in ognuna di queste è tradizionalmente conosciuto sotto un diverso nome.

In Alto Piemonte il Nebbiolo è da sempre noto come Spanna.

Benché alcuni contadini affermino che il nome si debba alla distanza di una spanna che intercorre tra i germogli lungo il capo a frutto, ricerche più approfondite indicano come esso derivi da Spionia, un vitigno citato già da Marziale in epoca romana. Quest’ultimo veniva così chiamato per associazione con spinus, il prugnolo selvatico, i cui frutti maturi tendono a ricoprirsi della pruina. Questo spiegherebbe anche il nome che il Nebbiolo assume in Val d’Ossola: Prunent.

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Ma non è finita qui.

In Valle d’Aosta il Nebbiolo è noto come Picotendro (dal picciolo tenero), mentre in Valtellina diventa Chiavennasca (ciù vinasca, cioè adatto a produrre vino).

Non c’è dubbio che al di là dei nomi diversi il Nebbiolo trovi casa nella fascia collinare e prealpina dell’Italia occidentale ma, detto questo, qual è la sua lontana origine? Quale delle aree geografiche che abbiamo citato può vantarsi di avergli dato i natali?

E’ una questione ancora non del tutto risolta.

Le Langhe, patria del Barolo e del Barbaresco l’hanno reclamata ma l’ha fatto anche il nostro Alto Piemonte dove il Nebbiolo-Spanna sa esprimersi in modo tanto articolato.

Per tentare di dare una risposta alla spinosa questione, di recente si sono confrontate le caratteristiche genetiche del Nebbiolo con quelle di 1.500 varietà di tutto il mondo. Si è potuta così accertare la sua parentela con una decina di vitigni diffusi nei territori alpini più settentrionali. Mentre tre di questi sono presenti in Piemonte (Freisa, Vespolina e l’antico e di recente recuperato Bubbierasco), altre sei erano nei tempi andati ampiamente diffuse in Valtellina (Bressana, Brugnola, Negrera, Rossola, Nebbiolino Nero, Nebbiolo Rosé).

Pur non potendo ricostruire cosa ha generato cosa, né la complessa ramificazione delle parentele, sembrerebbe che la Chiavennasca della Valtellina potrebbe configurarsi come l’autentico prototipo del Nebbiolo.

CIO’ CHE CONTA DAVVERO

Non molti anni fa un ricercatore dilettante riuscì a scovare in una biblioteca l’atto di nascita originale del Pittore Michelangelo Merisi, noto ai più come Caravaggio.

Il documento attestava in maniera inequivocabile che questo grande artista non era in realtà nato a Caravaggio (anche se la sua famiglia ne era originaria) ma bensì a Milano. Ciò gettò nella costernazione i caravaggini che si videro d’un tratto penalizzati sia dal punto di vista turistico che meramente campanilistico.

Sul piano degli esiti artistici raggiunti dal pittore questo conta assai poco: Caravaggio divenne ciò che divenne grazie alle sue radici lombarde, che trovarono un terreno fertile in quella Roma del ‘600 che era la più grande fabbrica d’immagini del mondo.

Tutto questo per dire che la ricerca sull’esatta origine di un vitigno può portare un arricchimento sul piano scientifico ma, oltre a questo, riveste un’importanza relativa.

Il Nebbiolo è in ultima analisi una varietà che in alcune aree geografiche ai piedi delle Alpi ha trovato le condizioni ideali per esprimersi. Condizioni in cui la sua maturazione è progressiva, favorita da una notevole escursione termica tra la notte e il giorno, grazie alla quale i fenoli contenuti nelle bucce maturano contemporaneamente a quelli dei vinaccioli.

A partire da questa base imprescindibile, è poi la grande varietà di terreni a fare il resto, suggerendoci di parlare di nebbioli al plurale.

Differenze sostanziali o sottili, da zona a zona, nei profumi e nel gusto, a seconda che questo grande vitigno cresca nelle terre bianche di langa, nelle morene del novarese o nei porfidi del supervulcano della Valsesia.

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Anche per diffondere sempre di più il buon nome del Nebbiolo, è nato il nuovo consorzio “Alto Piemonte Turismo”, organizzazione riconosciuta dall’omonima regione, per favorire turismo ed eno-turismo.

Cascina Montalbano è tra le aziende che fanno parte del Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte.