Blog

Supervulcano Valsesia: una storia da raccontare

Ciò che viene denominato oggi come “Supervulcano Valsesia” era una struttura geologica, oggi non più attiva, unica al mondo.

SUPERVULCANO VALSESIA: LA STORIA DI UN MIRACOLO DELLA NATURA

Il terreno in cui coltiviamo le nostre viti è composto prevalentemente da porfidi di origine vulcanica che vanno dal giallo, al rosa, al rosso. Tre sotto-zone particolarmente vocate – Traversagna, le Piane e Montalbano – presentano tutte queste caratteristiche, pur con terreni il cui colore cambia sottilmente.

supervulcano valsesia

Ciò può apparire bizzarro dato che il Piemonte è sicuramente tra le meno sismiche e vulcaniche d’Italia.

Che cosa c’entrano con i vulcani quel fondo valle e quelle colline, alla destra e alla sinistra del fiume Sesia tenute ben ferme da milioni di anni dall’imponente massiccio del Monte Rosa?

Per capirci qualcosa dobbiamo raccontare una storia, ricordando preventivamente che a confronto dei cicli geologici l’intera storia umana non è che un battito di ciglia.

SUPERVULCANO VALSESIA: MAPPA

La Valsesia e le sue valli laterali attraggono da sempre geologi da tutto il mondo. Lungo i greti del Sesia e dei suoi affluenti è facile imbattersi in strani buchetti perfettamente rotondi, spesso accompagnati da date e monogrammi incisi sulla pietra. Si tratta di piccoli carotaggi praticati dai geologi allo scopo di prelevare campioni di minerale.

Il motivo? L’alta Valsesia è il territorio che meglio di ogni altro racconta un evento avvenuto una cinquantina di milioni di anni fa: lo scontro tra la placca tettonica africana e quella europea, in seguito all’apertura dell’Oceano Atlantico e alla deriva del continente africano. L’effetto più vistoso di questo evento – peraltro tuttora in corso – è stato il dare origine alla catena delle Alpi.

Cartina Supervulcano Valsesia

Cartina del territorio

LA ROCCIA SBAGLIATA NEL POSTO SBAGLIATO

Tra i tanti geologi, due in particolare avevano trascorso parte di molte estati in Valsesia, interrogando i terreni e le rocce di un territorio oggi più che tranquillo ma un tempo sconvolto da immani eventi geologici.

Silvano Sinigoi, professore di petrografia dell’università di Trieste, abituato a scorrazzare e ad arrampicare dal carso alle Dolomiti, spesso trascinava il suo collega e amico lungo sentieri impervi, tra fitte boscaglie e su creste rocciose, mettendolo talvolta in serio imbarazzo. L’amico in questione era James Quick, geologo dell’università di Dallas nonché, per alcuni anni, responsabile del monitoraggio del parco di Yellowstone, che è in realtà un super-vulcano in attesa di esplosione.

Percorrendo la Valsesia da sud a nord e viceversa, si imbattevano da tempo nei segni evidenti di qualcosa che poco aveva a che fare con lo scontro tra le placche tettoniche. In bassa Valsesia, in particolare, il letto largo e piuttosto secco del fiume mostrava particolari formazioni rocciose nerastre: il segno evidente della presenza di un’antichissima caldera vulcanica e di un altrettanto antica esplosione.

Ciò che li rendeva ancor più perplessi era che questi segni si estendevano per una distanza considerevole, lungo un’area trasversale rispetto al Sesia, investendo da una parte la Valsessera, alle soglie del biellese, e dall’altra la dorsale collinare che si estende tra la Valsesia e i laghi Maggiore e d’Orta. Se di esplosione si doveva parlare, era stata di dimensioni tali non solo da cambiare i connotati a una regione molto estesa ma anche da modificare il clima del pianeta per un notevole lasso di tempo. Insomma, una cosa difficile da credere e ancor più difficile da dimostrare.

Come molti colleghi Sinigoi e Quick si recavano sovente nel geo-sito costituito dalle zone circostanti il piccolo villaggio di Balmuccia, una decina di chilometri a nord di Varallo Sesia. E’ qui che il terreno si esprime con maggiore chiarezza sul grande scontro afro-europeo: vi passa infatti, ed è ben visibile, la celebre Linea Insubrica che di fatto costituisce il limite tra le due placche.

E’ proprio qui che i due scienziati “scoprirono” nel corso del 2009 ciò che era sempre stato sotto ai loro occhi. Il motivo per cui non era accaduto prima è che gli strati geologici, da che mondo e mondo, non si trovano all’opposto di dove dovrebbero stare. Alla roccia può accadere di tutto, anche di fondere, liquefarsi e poi cristallizzarsi quando c’è di mezzo un vulcano, ma non è certo sua abitudine arrampicarsi autonomamente in superficie dalle profondità della terra.

Quel che accadde fu che Sinigoi e Quick tornarono un giorno a osservare, come avevano fatto centinaia di volte, le formazioni rocciose che emergevano in quel punto dal letto del fiume e le pareti striate di nero che fiancheggiano la strada provinciale. Di colpo realizzarono che quelle formazioni erano tipiche del mantello terrestre, quello strato del pianeta che (di solito) si trova tra 25 e 30 chilometri sotto la superficie terrestre!

La domanda che diede la stura alla grande scoperta era dunque molto semplice: che cosa ci faceva il mantello terrestre a 800 mt. sopra il livello del mare?

IL VULCANO FOSSILE

Nei fossili si trova di tutto: specie vegetali estinte, animali di terra, cielo e mare e perfino organismi monocellulari, primi palpiti di vita sul pianeta. Ma di un vulcano non si era mai sentito parlare.

La teoria su cui Sinigoi e Quick si trovarono a lavorare doveva spiegare un fatto evidente ma poco probabile: che la caldera del vulcano e la sua parte più profonda si trovassero a distanza di una trentina di chilometri l’uno dall’altra, uniti da una strada comodamente percorribile in automobile, senza dimenticare che quella “parte più profonda” era in realtà almeno 500mt più in alto di quella superficiale.

Per fare questo i due scienziati adottarono l’unico piano possibile: percorrere e ripercorrere quella strada, analizzando palmo a palmo le formazioni rocciose. Battendo il territorio dall’alta alla bassa Valsesia individuarono, mano a mano che scendevano verso sud, le tipiche formazioni rocciose sempre più prossime alla crosta terrestre, riuscendo così a riconoscere l’intera struttura di un super-vulcano, esploso con immane violenza la bellezza di 280.000.000 di anni fa. Un vulcano la cui struttura, interamente sviluppata in orizzontale, era come incisa nella roccia. In altre parole, scoprirono che l’immane fossile non faceva parte del paesaggio ma ERA il paesaggio. Quanto all’ipotetica potenza dell’esplosione, gli esperti parlano di un’energia pari a quella di 250 bombe atomiche.

Chi ha avuto la pazienza di seguirci fino a qui si starà ora chiedendo perché un vulcano profondo 30 chilometri si trovi oggi in quella bizzarra posizione.

Questa è stata in realtà la parte più semplice dell’enigma.

Lo scontro di 50 milioni di anni fa tra le placche africana ed europea, provocando quell’innalzamento della crosta terrestre che avrebbe dato origine alle Alpi, sollevò e torse anche l’intera struttura del super-vulcano, creando quel fossile di 30 chilometri dentro al quale oggi possiamo andare in macchina, passeggiare e…coltivare la vite.

UNA SCOPERTA SENSAZIONALE E UN TERRENO UNICO

Oggi i valsesiani sanno di vivere all’interno della struttura di un antichissimo super-vulcano e buona parte della valle è un geo-park protetto dall’UNESCO (UNESCO Global Geoparks) dove giovani laureati accompagnano i gruppi alla scoperta di un miracolo geologico. Non ci sono eventi spettacolari cui assistere o la sensazione di “calarsi” davvero in un vulcano, ma i visitatori dotati di curiosità possono oggi scoprire, passo a passo, una realtà unica al mondo, senza dimenticare la bellezza di valli in larga parte ancora intatte e assai selvatiche.

supervulcano valsesia

La cosiddetta “megabreccia vulcanica” visibile a Prato, lungo il fiume Sesia.

 

Alagna Valsesia

L’effetto della scoperta è andato però molro al di là della creazione di un’attrazione turistica. A testimoniarlo sono gli articoli usciti sulle principali riviste scientifiche di tutto il mondo.

A rischio di eccessive semplificazioni, possiamo dire che l’unico esempio al mondo di super-vulcano interamente posto in orizzontale ha costretto gli scienziati a rivedere profondamente le precedenti teorie sulla struttura di questi “mostri”.

Ammettiamo di non averci capito molto, ma tra quelle poche cose pare esserci il fatto che la camera magmatica di un vulcano non è come la vedevamo disegnata sui libri di scuola. Non c’è una specie di serbatoio profondo che contiene la roccia fusa ma una costante interazione tra liquido e solido, con un processo di formazione a strati molto simile a quello che determina la formazione dei ghiacciai. Su questo preferiamo non spingerci oltre.

E il vino? Sembra incredibile che un evento avvenuto in tempi immemorabili, quando tutte le terre emerse del pianeta erano riunite in un unico continente (Pangea), possa ancora oggi caratterizzare i terreni in maniera così definita. Eppure è proprio così.

LA BELLEZZA DELLA BIODIVERSITA’

Se l’affermazione che il vino italiano è il più buono del mondo può suscitare discussioni, nessuno può invece negare il fatto che l’Italia presenti la maggiore biodiversità in ambito vitivinicolo. Non solo ogni regione ma anche ogni sotto-zona, pur molto limitata nello spazio, ha sviluppato la coltivazione di uvaggi propri, coniugando nel tempo gli incroci tra specie con le caratteristiche peculiari dei terreni.

E’ straordinario per esempio che esistano differenze sostanziali tra i terreni del basso Piemonte (Langhe, Monferrato, Roero) e dell’alto Piemonte (province di Novare, Vercelli, Biella e Cusio-Ossola).

Ma è ancor più sorprendente che nell’area stessa dell’Alto Piemonte si scoprano diversità non meno sostanziali.

Solo per fare degli esempi, il Lessona (provincia di Biella) riflette un suolo composto da sabbie marine tendenti al giallo. Ghemme, Fara e Sizzano sono invece il frutto delle dolci colline moreniche della bassa Valsesia, con terreni di origine fluvio-glaciale.

I vini maggiormente interessati dall’antichissima eruzione sono il frutto dei vigneti posti poco più a nord, lungo un’area trasversale al fiume e sono il Gattinara DOCG, il Bramaterra DOC – entrambi sulla destra orografica del Sesia – e infine il Boca DOC, sulla sinistra orografica.

Da un punto di vista agricolo si tratta di terreni poveri, con poca terra, ma ricchi di minerali e di elevatissima acidità: sabbie e ghiaie che poggiano su un substrato di porfidi.

Una notevole avarizia in termini quantitativi e tanta fatica per allevare la vite, ma grande generosità nella qualità del frutto e nell’eleganza del vino che ne deriva.

Silvano Sinigoi è tornato sovente “sul luogo del delitto”, tenendo conferenze ma anche frequentando i produttori vitivinicoli ed esaminando i terreni nei quali le nostre viti affondano le radici. Naturalmente è venuta la conferma che la caldera del super-vulcano è ancora ben attiva, almeno nel caratterizzare i nostri terreni.

Enologi, sommelier, esperti e appassionati hanno invece scoperto il motivo di caratteristiche aromatiche e organolettiche tanto particolari nei nebbioli, vespoline e croatine che hanno ripreso a scorrere in queste contrade dopo un lungo periodo di costante arretramento.

supervulcano valsesia vino

SUPERVULCANO VALSESIA: LA STORIA A SUPERQUARK

Il supervulcano è stato protagonista di un lungo servizio anche a Superquark, storica trasmissione televisiva di Piero Angela: 
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-da6af915-9171-4913-9808-7a30a58fb6d8.html
Il servizio parte a 1:45 e dura circa 7 minuti. Nella realizzazione del reportage uno dei protagonisti è il giornalista Paolo Magliocco, residente nella zona della Valsesia.